
Memmo sta accovacciato a giocare sulla terra davanti casa, accanto ad una grande pietra grigia appoggiata ad un pino su cui tutti i giorni siede una vecchia silenziosa. Sente lo scalpiccio della corsa di più persone, alza la testa e vede sfrecciare due ragazzini più grandi di lui, e mentre quelli ormai si allontanano verso gli orti compare sulla soglia la zia Mirella, trafelata, che rinuncia
all’inseguimento, si mette una mano aperta tra i denti e se la morde, poi grida: “Assassini!”.
Assassini, assassini, ripete tra sé e sé il piccolo Memmo mentre continua il suo gioco, assassini, e non sa che cosa significhi, forse c’entra col fatto che loro tirano i sassi, ma più grave è stato quando hanno tirato le uova rubate alla chioccia, forse c’entra con il giallo colato a terra e l’odore forte, o forse perché hanno rubato le grandi zucche e le hanno incavate facendo i fori degli occhi, del naso e della bocca, e con una candela dentro nella notte facevano paura mentre ululavano “Uuuuh!Uuuuh!”, o forse perché hanno incendiato i cerchioni di una bicicletta e li giravano facendo scappare tutti gli altri ragazzini, e un pezzo in fiamme si è andato a ficcare sotto il colletto di suo fratello, e prima che capissero perché gridava tanto si era affondato nella carne, e ora lui sta a letto, assassini, assassini, ssss, sss, ss.
Memmo tiene per mano la madre, mentre lei tiene in braccio il fratello più grande, stordito dal dolore e dagli analgesici. Il medico condotto, nel suo ambulatorio, ha dovuto tagliare una escrescenza che si era formata sulla bruciatura. Da fuori, col cuore tremante mentre cercava di sembrare disinteressato a quello che succedeva, Memmo ha sentito le grida e il pianto del fratello, la voce burbera del dottore, la voce addolorata della mamma. Ora camminano così sul ciglio della strada asfaltata che li porterà all'inizio della stradina bianca, e poi, poi, arriveranno alla fattoria.
Memmo è stanco, avrebbe voglia di dormire, avrebbe voglia anche di piangere, forse, ma sente che non può, deve camminare, così, tenendo per mano la mamma, che ogni tanto si ferma e si sistema meglio che può Lello già grande e pesante, che si abbraccia al collo di lei uscendo a tratti dal suo stordimento.
Ogni tanto passa una macchina, suonando da lontano minacciosa. Sono i ricchi? Perché nessuno si accorge che la mamma è stanca?
“Mamma...”
“Che c’è, piccolo? Oh!... Ma perché piangi?”
Lei si accuccia e senza muovere Lello dal suo collo tira a sé Memmo, lo carezza asciugandogli le lacrime.
“Perché piangi? Sei stanco, vero?” -
“No, io non piango, io non sono stanco, andiamo...”
“Sì, andiamo, lo so che sei forte, tu. Non preoccuparti, capito? E’ capitato così, proprio oggi che papà non poteva, e zio non c’è. Ora vedrai che pian piano arriveremo.”
“Va bene. Andiamo, però.”
“Andiamo. Sai, in tempo di guerra io ho fatto tante volte questa strada, a piedi, così come oggi, e quando cercavo di far liberare papà, perché i fascisti lo avevano preso e lo avevano portato dai Tedeschi e i Tedeschi lo avevano imprigionato, e io gli portavo da mangiare, perché era tornato dalla guerra ridotto pelle e ossa e con nonno cercavo di farlo liberare, allora facevo questa strada a volte da sola, a piedi come oggi, ma sola, non con voi, i miei figli, così belli, così forti, e allora era davvero dura, non oggi che ci siete voi, oggi che ci sei tu qui con me, piccoli miei, e sai?, una volta degli aerei si abbassarono e cominciarono a sparare, qui sulla strada, sparavano ma io ho continuato a camminare, oh!, sì, quel giorno ero impettita, come te oggi e...”
“I Tedeschi sono i ricchi?”
“Cosa? I Tedeschi.. sono... i ricchi? Non capisco.”
“I ricchi sono tedeschi?”
“Non capisco quello che vuoi sapere.”
“Va bene, capirò da grande. Adesso non parlare per me, mamma. Pensiamo solo ad arrivare a casa.”