21/11/09

Tadura

16/11/09

I ricchi sono tedeschi?



Memmo sta accovacciato a giocare sulla terra davanti casa, accanto ad una grande pietra grigia appoggiata ad un pino su cui tutti i giorni siede una vecchia silenziosa. Sente lo scalpiccio della corsa di più persone, alza la testa e vede sfrecciare due ragazzini più grandi di lui, e mentre quelli ormai si allontanano verso gli orti compare sulla soglia la zia Mirella, trafelata, che rinuncia
all’inseguimento, si mette una mano aperta tra i denti e se la morde, poi grida: “Assassini!”.
Assassini, assassini, ripete tra sé e sé il piccolo Memmo mentre continua il suo gioco, assassini, e non sa che cosa significhi, forse c’entra col fatto che loro tirano i sassi, ma più grave è stato quando hanno tirato le uova rubate alla chioccia, forse c’entra con il giallo colato a terra e l’odore forte, o forse perché hanno rubato le grandi zucche e le hanno incavate facendo i fori degli occhi, del naso e della bocca, e con una candela dentro nella notte facevano paura mentre ululavano “Uuuuh!Uuuuh!”, o forse perché hanno incendiato i cerchioni di una bicicletta e li giravano facendo scappare tutti gli altri ragazzini, e un pezzo in fiamme si è andato a ficcare sotto il colletto di suo fratello, e prima che capissero perché gridava tanto si era affondato nella carne, e ora lui sta a letto, assassini, assassini, ssss, sss, ss.


Memmo tiene per mano la madre, mentre lei tiene in braccio il fratello più grande, stordito dal dolore e dagli analgesici. Il medico condotto, nel suo ambulatorio, ha dovuto tagliare una escrescenza che si era formata sulla bruciatura. Da fuori, col cuore tremante mentre cercava di sembrare disinteressato a quello che succedeva, Memmo ha sentito le grida e il pianto del fratello, la voce burbera del dottore, la voce addolorata della mamma. Ora camminano così sul ciglio della strada asfaltata che li porterà all'inizio della stradina bianca, e poi, poi, arriveranno alla fattoria.
Memmo è stanco, avrebbe voglia di dormire, avrebbe voglia anche di piangere, forse, ma sente che non può, deve camminare, così, tenendo per mano la mamma, che ogni tanto si ferma e si sistema meglio che può Lello già grande e pesante, che si abbraccia al collo di lei uscendo a tratti dal suo stordimento.
Ogni tanto passa una macchina, suonando da lontano minacciosa. Sono i ricchi? Perché nessuno si accorge che la mamma è stanca?
“Mamma...”
“Che c’è, piccolo? Oh!... Ma perché piangi?”
Lei si accuccia e senza muovere Lello dal suo collo tira a sé Memmo, lo carezza asciugandogli le lacrime.
“Perché piangi? Sei stanco, vero?” -
“No, io non piango, io non sono stanco, andiamo...”
“Sì, andiamo, lo so che sei forte, tu. Non preoccuparti, capito? E’ capitato così, proprio oggi che papà non poteva, e zio non c’è. Ora vedrai che pian piano arriveremo.”
“Va bene. Andiamo, però.”
“Andiamo. Sai, in tempo di guerra io ho fatto tante volte questa strada, a piedi, così come oggi, e quando cercavo di far liberare papà, perché i fascisti lo avevano preso e lo avevano portato dai Tedeschi e i Tedeschi lo avevano imprigionato, e io gli portavo da mangiare, perché era tornato dalla guerra ridotto pelle e ossa e con nonno cercavo di farlo liberare, allora facevo questa strada a volte da sola, a piedi come oggi, ma sola, non con voi, i miei figli, così belli, così forti, e allora era davvero dura, non oggi che ci siete voi, oggi che ci sei tu qui con me, piccoli miei, e sai?, una volta degli aerei si abbassarono e cominciarono a sparare, qui sulla strada, sparavano ma io ho continuato a camminare, oh!, sì, quel giorno ero impettita, come te oggi e...”
“I Tedeschi sono i ricchi?”
“Cosa? I Tedeschi.. sono... i ricchi? Non capisco.”
“I ricchi sono tedeschi?”
“Non capisco quello che vuoi sapere.”
“Va bene, capirò da grande. Adesso non parlare per me, mamma. Pensiamo solo ad arrivare a casa.”

14/11/09

Il camion rosso fiammante



“Che c’è, che vuoi?” chiede zia Mirella indaffarata intorno al grande letto dove stanno la mamma e la piccola Lilly.
“Anch’io voglio stare a letto,”
“Ma che letto e letto. Mamma sta a letto perché ha la febbre.”
“E la mia sorellina?”
“Anche lei ha la febbre. Su, vattene di fuori a giocare.”
Si affaccia alla finestra.
“Lello!Lello! Ti mando Memmo, fallo giocare, capito?”
Va verso Memmo.
“Su, vai!”
“No.”
“Ma perché fai così?”
“Anch’io voglio stare a letto.”
Zia Mirella tace. Si è accorta di qualcosa. Continua a guardare Memmo, poi si avvicina rapida, lo abbraccia e lo bacia su una guancia, e a bacio dato continua a toccarlo con le labbra, prima sulla tempia, poi sulla fronte.
“Ma questo qui ha la febbre alta! Ma si può sapere che succede? Si può sapere che cosa avete? Vieni qui, ci pensa la zia. Ecco.”
Comincia a spogliarlo.
“Questa è una epidemia. Te lo dico io che cos’è. E’ l’acqua di quella fontana. Lello non s’è preso niente perché quello è di ferro. Ecco. Povero piccolo, ecco, così.”
Si trova presto tra le lenzuola fresche e le coperte calde, si rilassa finalmente al torpore che prima era un peso insopportabile, tutto si confonde, le mani della mamma, quelle della zia, calde, fresche, poi le grosse mani ispettive del dottore dalla voce burbera, il buco al dito, il papà che lo prende in braccio, il lungo viaggio con l’ambulanza con Lilly e mamma, la notte tremenda nello stanzone d’ospedale pieno di letti e ignote presenze, la ricerca della mamma e di Lilly fuori dello stanzone, il terrore davanti alla statua di donna addolorata fiocamente illuminata alla fine di un lungo corridoio, la fuga sulle scale nella insostenibile solitudine dell’abbandono, l’agitazione risolta ed affettuosa degli uomini e donne in camice bianco che lo hanno ritrovato, la sistemazione in un lettino accanto a Lilly e la madre finalmente ritrovate, il torpore, il sonno, il sogno.


Di nuovo nello stanzone pieno di letti, lo zio Alfredo sorride sotto i suoi lunghi baffi, scherza sulle sue fughe notturne, gli porge il regalo, un camion dei pompieri rosso fiammante, con la carica a molla che lo fa correre e suonare facendosi largo sul pavimento dello stanzone, den den den den, facendosi largo nello spessore della tristezza, den den den den, va il camion rosso sulla grande terrazza di casa, zittisce le cicale sugli alberi vicini, chissà come fa ad essere sempre così allegro, con mamma e Lilly che stanno ancora in ospedale, den den, finisce la carica, si ferma, Memmo gli si mette sopra e lo guarda accuratamente, poi alza il martello e tenta di aprirlo.
Tornano Lilly e la mamma, voci in tutte le stanze, lui presto sfugge alle presenze desiderate, corre nell’angolo nascosto a guardare il camion ammaccato e silenzioso.


12/11/09

Pioggia notturna e alberi di tung senza più mao tze.



Siedo nella lunga notte
nella torre alta,
e ascolto la pioggia d'autunno
che cade fuori dalla mia finestra.

Non c'è suono di vita umana,
a parte, proprio ora,
un tardivo viaggiatore che si affretta.

Nel cielo buio,
un'oca selvatica dà ali al suo solitario volo.
Nella fredda oscurità,
canta un grillo
l'acqua sgocciola triste
dagli alberi di tung
e i fiori degli alberi
cadono zitti
sulla terra bagnata.

La tristezza cova
sopra il mondo.
Ho paura di camminare nel mio giardino,
ho timore di scorgere
una coppia di farfalle
giocare al sole
tra i fiori.

(Bruce Lee, Il Tao del Dragone, Night Rain)


07/11/09

La mucca e il serpente velenoso

Ieri, mentre guidavo sotto la pioggia in autostrada, mi era venuta in mente una frase che avevo letta il giorno prima - forse una specie di poesia visto che era messa in versi. Suonava circa così:
l'acqua bevuta da una mucca diventa latte
l'acqua bevuta da un serpente velenoso diventa veleno.
Una parte libera dell'attenzione necessaria alla guida, con i veloci tir montagnosi schiacciosi sonnecchiosi a volte rapidamente irosi, s'era soffermata su quelle parole sotto la pioggia battente, e la lasciavo fare, osservare, analizzare, forse sorpassare.
L'acqua diventa latte? Contribuisce, certo. Ma l'acqua non diventa proteine grassi e zuccheri, nella mucca. L'acqua guarda questo che fa a questa velocità diventa proteine grassi e zuccheri con l'andride carbonica dell'aria e i sali minerali della terra per fermarsi a questo ci vogliono duecento metri se bastano l'acqua con anidride carbonica e sali minerali diventa proteine utilizzando l'energia solare sole sole sole dove sei? luce clorofilla mediante la clorofilla verde foglie indifferenza della natura sì sarà indifferente ma tutto inizia da lì la mucca senza mangiare l'erba non fa nessun latte e nemmeno il serpente velenoso fa veleno figuriamoci lui poi che è pure velenoso forse alla mucca uno glielo lascia passare che beve acqua e fa latte ma al serpente velenoso non gli lasci passare niente nemmeno che è capace di fare il veleno dall'acqua che beve se non mangia qualche animale non fa nessun veleno l'acqua non si trasforma in veleno l'acqua non si trasforma in latte tutto inizia dalle piante noi non potremmo vivere senza le piante il verde il sole l'aria la terra l'indifferenza della natura sì ma tutta la vita di tutto di tutti inizia da lì e vorrei proprio sapere come è successo che adesso mi trovo qui a correre seduto a cento all'ora chiuso qui dentro con tutti questi altri rinchiusi piccoli medi e grandi come montagne che corrono come me cazzo qui abbiamo trasformato l'acqua in follia siamo peggio del serpente velenoso oddio adesso capisco perché in india venerano le mucche sì lo capisco è perché la natura della mucca è che beve acqua e la trasforma in latte e noi guarda qui come la trasformiamo, l'acqua.

03/11/09

Pomaia, Istituto Lama Tzong Khapa

02/11/09

Ehi, tu!...




Dopo il commento di Fabio...

30/10/09

Eden's Guardian




27/10/09

Il Dio di Gandhi


http://minimokarma.blogsome.com/2009/10/26/il-dio-di-gandhi/

22/10/09

Il giardino magico



Passavamo di lì ogni mattina, io e mio figlio. Lo accompagnavo a scuola. Attraversavamo la strada col traffico strozzato rumoroso puzzolente, e ci ritrovavamo per qualche decina centinaio di passi rallentati in quel giardino che seguiva le stagioni e il silenzio dell'indifferenza della natura. Ma non sembrava indifferente: così, l'avevamo chiamato il giardino magico.
Quella fontanella non c'era: stava dall'altra parte della strada. E' la stessa da cui un giorno d'estate mi bagnai una mano e gli spruzzai l'acqua in faccia dicendo: ego te baptizo in nomine patris mentre lui rideva per la sorpresa di gioco, così quando tornando da scuola mi chiese ma io sono stato battezzato?, gli risposi sì, certo. Poi, qualche anno dopo, glielo ho raccontato, e facesse quello che riteneva giusto fare di testa sua.

Forte Prenestino 3


21/10/09

http://miskappa.blogspot.com/2009/10/urgentissimo.html
 
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