14/03/12

Vaghe stelle dell'Orsa


DECIMO – Questo fare da cui si è fatti...

SECONDO – Questo dire da cui si è detti...

TERZO – Questo pensare da cui si è pensati...
 
OTTAVO –  Quest'incanto in cui ci siamo incantati...

DODICESIMO  –  Vaghe stelle dell'Orsa, io non ci credea... 

DICIOTTESIMO - Incanto dell'infinito...

QUATTORDICESIMO  – Infinito del nostro mondo dei sogni, in cui tutto è possibile.

QUINDICESIMO  – Non tutto, è possibile: è solo realtà.

SEDICESIMO – Ma allora, se è solo realtà, signor Presidente, cosa sta accadendo?

PRESIDENTE –  Accade che viviamo nella fantasia che rende reale la realtà. Accade che viviamo nella realtà che rende fantastica la fantasia. Accade che il sogno sta nella veglia e la veglia nel sogno. Accade che tutto può stupirci, ora.

(Da "La sedia di Van Gogh - Il sogno di Memmo", 1996)

06/03/12


(Canon 550D con Mir 37 e prolunghe)


 
QUINDICESIMO  – Qui dove?

PRESIDENTE -  Dove non ci si chiede dove.

MEMMO – Io so dove, signor Presidente, signori Ascoltatori. Io so dove. Su questa sedia. Non è questo che mi inquieta. Il dove lo so. Qui. Lo vedo: qui.

(Fa un gesto ampio con una mano guardandosi attorno)

 Ma quando? Quando? Con quali occhi si vede, il quando?

(Da "La sedia di Van Gogh - Il sogno di Memmo", 1996)

05/03/12


(Canon 550D con Mir 37 e prolunghe)

 
I Grandi Ascoltatori ondeggiano un poco qua e là, ma stanno in silenzio.

E poi, essere: dove? Io sono dove? Qui? Davanti a voi? Sono il mio corpo che è qui davanti a voi? Oppure sono nel mio corpo, che siede su questa scomoda sedia, e poi, poi, sono davanti a voi?

(Da "La sedia di Van Gogh - Il sogno di Memmo, 1996)


(Canon 550D con Mir 37 e prolunghe, particolare)

04/03/12


(Canon Powershot SX130 IS)


MEMMO - Posso dire che esperienze che ho oggettivamente avuto è come se non le avessi avute, perché non mi riconosco in quello che ero, che facevo, anche se raccontando dovrei dire: io.

QUINDICESIMO – Signor Presidente, ma se lui dice che non può dire io, ci scusi, ma qui chi dobbiamo stare a sentire?

PRESIDENTE – E' semplice. Lui. Dobbiamo stare a sentire lui.

QUINDICESIMO  – E lui chi è?

PRESIDENTE –  (Sorridendo) Siamo qui per questo.

(Da "La sedia di Van Gogh - Il sogno di Memmo, 1996)

(Canon 550D con Mir 37 e prolunga 14mm)

02/03/12


(Canon 550D con Jupiter 85 e prolunghe)

01/03/12

Un giorno, forse


(Canon 550D con Jupiter 85 e prolunghe)



Ma non temete! Non vi rinnego! Anzi, vi confermo.

Torna a non guardare nessuno, parlando tra sé e sé.

Seppure io non sia lo stesso delle mie colpe più probabili, seppure io senta lontane quelle situazioni di errore evidente, continuo ad avvertire il peso di sofferenze che ho percepito in visi che me guardavano, a me parlavano, mentre mi comportavo come se quelle sofferenze io non vedessi affatto... Quanta parte della nostra vita scorre in questo modo? Via, altrove dal presente, mentre il nastro della memoria procede autonomamente, freddamente registrando uno scorrere di percezioni che un giorno, forse, ritroveranno le loro vive emozioni...

VOCE LONTANA DI DONNA -  (Fuoriscena) Un giorno, forse, ritroveranno le loro vive emozioni...

(Da "La sedia di Van Gogh - Il sogno di Memmo, 1996)

29/02/12

Adunca


(Canon 550D con Jupiter 85 e prolunghe)



Guarda verso i Grandi Ascoltatori stringendo gli occhi, come si fossero allontanati da lui e facesse fatica a vederli.

La nostra vita scorre con un soggetto automatico. Abbiamo imparato a dire: io come se si dicesse: lui, o lei, da un centro nascosto, senza sesso, senza età, senza tempo, senza spazio, un nucleo d'essere che non ha gli abiti dell'io, non ha il suo volto, non ha la sua storia, non è riconoscibile da nessuno, eppure diamo per scontato che si manifesti dicendo: io.

TERZO  – Adunca y nunca esta disiendo che illo no ha fatto nada, che no se capisse chi es lo subietto de culpe...

MEMMO -  Colpe? Già, sì, scusate, dimenticavo che siamo qui per questo. Che proprio questo, ho voluto. Ed è come lo avesse voluto un altro, non io, anche se, ricordando, devo dire: io. Non vi è mai capitato? Non vi è mai capitato di dire: io, e di parlare di qualcuno, e quel qualcuno siete voi?


(Da "La sedia di Van Gogh - Il sogno di Memmo, 1996)

26/02/12

Il cu della primula


(Canon 550D con 18-135 e prolunga 25 mm)

25/02/12

Non aver saputo, non aver voluto.


(Canon 550D con 18-135 e prolunga 25mm)



QUATTORDICESIMO  – Aoh, volemo comincià o no?

PRESIDENTE –  Un po' di silenzio, prego...
 
… Io ero l’imputato, per mia stessa volontà, e mentre un’angoscia crescente di verità severa e di imminente giudizio mi schiacciava sulla mia sedia dura di accusato, cercavo malamente di difendermi con la sensazione di peggiorare la mia situazione, dicevo le cose che so di me, ma con difficile concisione nella quale mi nascondevo, e il nascondimento era tale da essere efficace anche per me stesso, per cui parlavo e subito dopo mi sfuggiva il senso di quello che dicevo, che pure avevo avuto ben chiaro prima di dire...
  
MEMMO - Quello che mi sento mancare è una volontà di affermazione di me stesso, una prevenzione di difesa rispetto alle accuse che… ricordi, che, qui seduto, sembrano volermi sfuggire e andare con loro intrinseca sequenza di significato...

QUINDICESIMO  - Intrinseché?

SEDICESIMO  -  Intrinsequenza!

QUATTORDICESIMO –  E daie! Vole dì che ie sembra che li ricordi se ne vadano pe fatti loro, ma ce hanno invece una logica diversa, che sembra illogica - ma questo lo sapemo bene tutti noi, no? E che, ce lo scordamo quello che c'è successo su quella sedia?

SEDICESIMO  - Se no lassemo parlà, de logeca no e seguemo nessuna, ni ella do sogno, ni ella da veglia! 

DICIOTTESIMO  - Semo er ponte, e parlamo come li viandanti che ce passano sopra....

DICIANNOVESIMO  - Simo interrotti et simo los interruttores...

 Si fa silenzio.

PRESIDENTE – Continui, signor Patos…

MEMMO - Signor Presidente, signori Ascoltatori, io...

Sembra rinunciare a dire, come non riuscisse a formulare pensieri, poi riprende a parlare con forza.

Il dolore delle nostre mancanze, una coscienza sfuggente di indimostrabile colpa... una certezza, sì, la certezza di non aver saputo… non aver saputo?… Non aver voluto! Non aver voluto, ecco, non aver voluto... non dico amare, che è già cosa facile a dirsi: chi non mi capirebbe se dicessi di non aver saputo amare? Sono in tanti a dirlo, e forse sanno quello che dicono, no? Tutti, qui, mi capireste, se dicessi di non aver saputo amare. Non è così?

Si guarda intorno. I Grandi Ascoltatori tacciono, in attesa che continui.

Non dico di non aver saputo amare. Dico di non aver saputo esserci. Esserci, capite?  Questo vorrei dire, questo dico: non ho saputo, in quei ricordi che mi stanno affiorando rapidamente alla mente, in quelle realtà che sono state, non ho saputo esserci, ecco, questo, lo capite?

(Da "La sedia di Van Gogh - Il sogno di Memmo", 1996)

22/02/12

Il possibile della memoria

(Canon PowerShot SX 130)


PRESIDENTE - Dunque, andiamo avanti. Se vuole, è ancora in tempo per usare la sua volontà e dire quello che desidera dire, raccontare, poiché dal momento in cui Lei si immergerà ancora di più in quanto le sta avvenendo, difficilmente potrà più trovare la volontà di interrompere per poter modificare con un qualche suo intervento lo svolgersi delle cose, e se anche potesse avvertirne la volontà, essa non si tradurrà in azione e non le resterà che lasciarsi andare al fluire delle immagini, delle voci, delle emozioni...

Memmo non dà segni di reazione.

Noi non siamo ancora liberi come saremo quando Lei non sarà più libero come ancora è. Ma ad ogni momento che passa, la sua coscienza va lasciando inavvertitamente  l'ordine e la supremazia che le compete. Dunque, parli ora con la volontà soggettiva che il suo attuale stato di coscienza le permette, poiché il soggetto della sua volontà sta per perdersi nel possibile della sua memoria.

(Da "La sedia di Van Gogh - Il sogno di Memmo", 1996)

20/02/12

Apriti cielo 5


(Canon 550D con 18-135)

19/02/12


(Canon 550D con 18-135, rit)

18/02/12


(Canon 550D con 18-135)

17/02/12

La sedia di Memmo


(Canon 550D con 18-135)



Mi sentivo preda di un istinto atavico; se mi fossi lasciato andare sarei diventato l’urlo di un animale in fuga, spaventato da chissà quale grave minaccia della grigia costruzione incombente, e del via vai dei bipedi parlanti in camice bianco. Non avvertivo la spinta a colpire, a fare del male, ma solo quella a fuggire, decontraendo le gambe dall’immobilità legnosa del conflitto.
A chi dire quel tormento? Chi avrebbe potuto ascoltare e capire? Avrei dovuto accucciarmi lì nello spiazzale antistante l’entrata, abbandonarmi all’ignoto della rinuncia a qualsiasi mantenimento di una parvenza di integrità, di dignità, di capacità relazionale. Qualcuno infine si sarebbe avvicinato all'ammasso balbettante che sarei diventato, qualcuno si sarebbe preso cura di me, e io non avrei dovuto continuare a sostenere l’urto dell’angoscia, la fatica immane di continuare a parlare, di continuare a vivere col carico di sapere, di storia, di civiltà, che mi porto dentro insieme al richiamo degli irresponsabili inizi, il richiamo della culla.

(Da "La sedia di Van Gogh - Il sogno di Memmo", 1996)

 
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